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ATTIVISTI ATTENZIONE ALLA SINDROME DA BURNOUT

E' davvero difficile essere animalisti e attivisti, non tanto per l'impegno fisico, che è comunque notevole, quanto per quello psichico ed emotivo. Si è quotidianamente a contatto con situazioni dolorose e delicate da affrontare. Non è per nulla facile sopportare lo stress e la sofferenza che deriva da questa missione. Tanti hanno la sensazione di reagire in maniera non adeguata ai carichi eccessivi di stress, questa situazione ha un nome ben preciso: Sindrome da Burnot.

E’ ben spiegato nell’articolo: LA SINDROME DA BURNOUT E L’ATTIVISMO PER I DIRITTI ANIMALI a cura degli Animalisti FVG,  pubblicato sulla rivista on line di antispecismo e filosofia asinusnovus.net.

La sindrome è una sorta di esaurimento psicoemotivo specifico dell’ambito sanitario e coinvolge molte figure professionali, come ad esempio il personale sanitario che si occupa di malati gravi che necessitano terapie lunghe, impegnative e spesso dall’esito incerto.
E’ la stessa situazione in cui si trova chi si occupa di diritti animali e tende a sviluppare una forte empatia nei loro riguardi, sentimento oltremodo pregevole, ma si tratta di un’arma a doppio taglio che accompagna il volontario  in un ambiente estremamente ostile, rendendo visibile quel carico di morte che lo circonda anche nelle più banali azioni quotidiane. Tutto è permeato dal dolore degli animali ed è impossibile sfuggirne, ed ecco quindi che si è spesso sottoposti ad un forte e intollerabile carico di stress dovuto alle immagini della sofferenza. Un’overdose di dolore per niente facile da metabolizzare, tenendo conto che l’attivista si trova a doverla affrontare per lo più da solo, senza strumenti e spesso senza la possibilità di condividere con chi lo circonda il suo profondo disagio. In un contesto sociale indifferente alla questione animale ci si trova a vivere la frustrazione di non vedere cambiamenti tangibili e a breve termine, tanto che ci si chiede se questa generazione potrà mai vedere compiuta la liberazione animale.

Quello dell’attivista presenta in tutto e per tutto le stesse logiche di stress psicofisico riscontrate in numerosi contesti lavorativi con l’aggravante che l’attivista non può contare sulla rete di sostegno garantita ad altre categorie che si trovano quotidianamente a fronteggiare questioni come il dolore e la morte.

Non essendoci rimedi o vie d’uscita, deve essere chiaro che bisogna tutelare il proprio equilibrio emotivo mantenendo, anche se è difficile, quella minima dose di gioia di vivere che è una premessa indispensabile per prendersi cura degli animali nel migliore dei modi.

Non serve cadere nel vortice di dolore che ci circonda. Sviluppare atteggiamenti negativi e sfiduciati nei confronti della società e dei nostri stessi compagni di viaggio, con tratti depressivi e al limite del cinismo, non aiuterà gli animali a vedere l’alba di un mondo diverso da quello di oggi, quindi difendersi non è eludere la realtà, ma è difendere chi da solo non può farlo e ha bisogno del nostro aiuto ed è reagire a un sistema che nega la sofferenza e cerca di contrastare, sminuire o ridicolizzare chi si impegna per loro.

Molte realtà e presidi sanitari hanno, da anni, messo in campo piani e strategie per tutelare gli operatori dal rischio dello stress prolungato, soprattutto perché un operatore sereno, consapevole e preparato, è anche una risorsa per il soggetto più debole che deve essere difeso. Sono riflessioni importanti queste e si spera che possano servire da stimolo per affrontare la questione in collaborazione con professionisti vicini alle tematiche antispeciste/animaliste e con competenze specifiche in ambito psicologico che possano essere di supporto agli attivisti affinché arrivino a difendersi da questa poco conosciuta sindrome da burnout.

Foto La Mente è Meravigliosa e Animalisti FVG

Milano, 22/11/2016 - GC

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