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IL PANE NEL MEDIOEVO

Fino al 1230 circa al pane veniva assegnato un valore in base al peso: esistevano forme da 1 danaro, 2 danari e così via. Dopo tale data cambia la mentalità: il valore dipende dalla materia prima e dal colore. Il pane più pregiato era quello di frumento 100%, bianco e soffice (per quanto lo poteva essere all’epoca), acquistato dai nobili e dai ricchi, mentre quello integrale, di legumi o di frutti (soprattutto nei periodi di carestia), era appannaggio delle classi più povere sia in campagna che in città.

Al pane bianco veniva attribuito effetto taumaturgico: i medici prescrivevano diete a base di pane bianco abbrustolito.

In epoca medievale il pane era soggetto a sofisticazione: nella Venezia del 1300. Mugnai e fornai erano sottoposti a giuramento, pena la vita, di non usare altro che frumento o semi. L’abitudine era di aggiungere farina di gesso o ossa di morti polverizzate per rendere il pane più bianco e morbido, oltre che per avere un maggiore guadagno (risparmio sulle materie prime).

La cronaca racconta che un Papa fosse solito uscire, nel 1350 circa, cambiandosi d’abito e rendendosi irriconoscibile, per ispezionare il mercato. Aveva escogitato un sistema a suo dire infallibile: usava un secchio d’acqua e ci metteva un pugno della farina in vendita sul banco: se galleggiava era gesso o polvere di ossa, se affondava, frumento. Il malfattore veniva decapitato senza processo e in loco dalle guardie che seguivano il Papa a poca distanza.

La tendenza alla sofisticazione dei cibi in nome del profitto è antica come la storia dell’uomo.

 

 
Monia Caramma   

 

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