PRODOTTI

OLIO DI PALMA E BOICOTTAGGIO SOCIALE.

Olio di Palma Si, Olio di Palma NO? L’Olio di Palma può essere sostenibile? Quanta confusione in rete, ora ci si mette pure la TV che trasmette uno spot proprio sulla bontà e l’eticità di questo olio. Chi avrà mai ragione?

RadioVeg.it ha aspettato ad affrontare il tema perché cercava la persona giusta per poterne parlarne. Necessitava di un parere competente, di una voce che parlasse alta, chiara e con cognizione di causa.

La persona è arrivata. Si chiama ROBERTO CAZZOLLA GATTI. Preferiamo lasciare a lui la parola, quindi di Roberto diciamo “solo” che si  è laureato col massimo dei voti in Biologia ambientale ed evolutiva presso l’Università degli Studi di Bari, ha poi conseguito un Dottorato di ricerca in Ecologia Forestale, presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, studiando le foreste tropicali africane e la loro biodiversità. Ha conseguito un Master di II livello in Politiche internazionali di Protezione dell’ambiente globale presso l’Università della Tuscia e il Ministero dell’Ambiente italiano. Ha ottenuto il Diploma della Scuola di specializzazione in “Biodiversità e Servizi Ecosistemici” presso il Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), in Germania, è specializzato in Analisi della Diversità Biologica ed Ecologia Teorica e Sperimentale, con applicazioni in Etologia ed Evoluzionismo, ed ha  ulteriormente approfondito gli studi in Filosofia della Biologia, Bioetica e Biochimica della Nutrizione.

Ora è Professore associato presso la Facoltà di Biologia della Tomsk State University, in Russia  e Ricercatore presso il Laboratorio di Diversità Biologica ed Ecologia (Bio-Clim_land) della stessa università; conduce inoltre ricerche in vari paesi del mondo come Italia, Russia, Mongolia, Sierra Leone, Ghana, Gabon, Camerun, Repubblica Centrafricana, India, Indonesia, Serbia e Australia. 

Questo è solo un “assaggio”, per il resto vi invitiamo a conoscerlo meglio visitando il suo sito cliccando QUI perché ora con Roberto vogliamo iniziare a parlare di Olio di Palma.

Dunque Roberto, il discorso sull’olio di palma è talmente ampio che non si sa mai quale aspetto affrontare per primo: se la questione salutistica o la questione etica. Quali dei due aspetti prevale sull’altro?

Le forti pressioni da parte delle lobby e di tutti i soggetti economicamente interessati alla questione “oli tropicali”, non dimentichiamo che anche l’olio di cocco è un problema al pari di quello di palma, cercano in tutti i modi di far leva sull’aspetto nutrizionale e salutistico perché la scienza ancora non ha stabilito chiaramente quali e quanti siano i rischi legati al consumo di questi specifici grassi sull’organismo. D’altronde, dopo anni di ricerche sugli effetti di tè e caffé, tuttora vengono pubblicati studi che si contraddicono sui benefici o i danni dovuti al consumo di queste sostanze. Le multinazionali, con gli esperti e le ONG da esse assoldati, tentano però di ripulire l’immagine dell’olio di palma con inganni e vere e proprie truffe, facendoci credere che il suo ampio utilizzo è un tentativo di salvaguardare la nostra salute da grassi peggiori. È tutto falso! Si usa olio di palma perché costa meno e lo si produce in luoghi dove le leggi di tutela ambientali e dei diritti umani sono carenti. Solo e soltanto per questa ragione.

Ecco perché le varie associazioni di produttori, come l’AIDEPI tempo fa o l'Unione Italiana per l'Olio di Palma oggi, affrontano poco l’aspetto ambientale e sociale e puntano su quello salutistico. Molti gruppi interessati cercano l’effetto confusione. Sfruttano le scarse conoscenze scientifiche sulla questione nutrizionale per disorientare la gente e omettono di affrontare l’aspetto ambientale, che è certamente quello più rilevante.

Riteniamo che la zuppa di pinne di squalo possa persino essere benefica per la salute, ma non per questo siamo disposti ad accettare che gli squali vengano trucidati per riempire le ciotole degli orientali.

Sappiamo che la carne di balena è un’ottima fonte di proteine e grassi per le popolazioni indigene che vivono nell’Artico, ma non per questo siamo disposti ad accettare che viziati norvegesi o ricchi giapponesi portino all’estinzione i cetacei per gustare queste pregiate carni.

E con gli oli tropicali, invece, che distruggono migliaia di specie, centinaia di ettari di foreste come la mettiamo? Siccome gli alberi non hanno occhi che piangono a nessuno importa? Ma almeno di oranghi, rinoceronti e leopardi che in quelle foreste ci vivono a qualcuno importerà!?!

Uno dei due aspetti è, quindi, più importante. Parlaci allora a grandi linee del perché e, visto che in questa sede non si riesce ad approfondire il discorso, dove si possono avere maggiori informazioni?

È vero, l’olio di palma non raffinato è un olio migliore delle margarine, delle quali, tra l’altro, è un ingrediente, ma non lo è certamente di altri oli come quello d’oliva prodotto nel bacino mediterraneo. Essendo raffinato chimicamente, per metà composto da grassi saturi e onnipresente nei prodotti confezionati rappresenta un fattore di rischio poiché non siamo in grado di monitorare quanto ne assumiamo quotidianamente. Ad esempio, secondo un recente parere dell'Istituto Superiore di Sanità, i bambini che consumano merendine e altri prodotti confezionati rischiano un’assunzione oltre la soglia consigliata di grassi saturi e questo a lungo andare può essere pericoloso. Anche il burro non è pericoloso di per sé, ma se il suo consumo è eccessivo e, soprattutto, se è presente nella maggior parte degli alimenti di uso quotidiano, allora c’è da preoccuparsi.

Come detto prima, però, tengo a sottolineare che il problema nutrizionale non è l’aspetto su cui soffermarsi perché questo è proprio quello che vogliono le aziende che fanno affari con gli oli tropicali. Se, infatti, eliminassimo del tutto gli oli di palma e cocco dai prodotti alimentari per un potenziale rischio sanitario, questi grassi resterebbero onnipresenti in saponi, detersivi, saponette, farmaci e cosmetici. Il problema ambientale non sarebbe comunque risolto.

È la distruzione delle foreste, l’enorme inquinamento da trasporto verso l’Europa, quasi 11.000 km via nave o aereo, e la perdita della biodiversità tropicale, insieme alle violazioni dei diritti umani e dei popoli indigeni, che dovrebbe preoccuparci di più. Invece, se qualcosa è pericoloso per la nostra salute ci allertiamo, se invece lo è per la salute del pianeta in cui viviamo fingiamo che non ci siano problemi. Le aziende, che sono zeppe di esperti di marketing ed economisti addestrati, lo sanno bene e fanno leva sull’indifferenza della gente ai problemi ecologici.

Vi invito a verificare quanti di coloro che, da professionisti ed esperti, si esprimono a favore dell’olio di palma non abbiano già avuto, o non hanno in corso, collaborazioni con multinazionali di prodotti alimentari, con case farmaceutiche, aziende di cosmesi, persino grossi marchi produttori di sigarette. Praticamente… tutti.

Per maggiori informazioni, invito i lettori e gli ascoltatori a visitare il neonato sito www.oliodipalmainsostenibile.it, frutto di una collaborazione tra il Deputato M5S, Dott. Mirko Busto e il sottoscritto. 

Roberto, con gli studi che hai fatto e le varie esperienze immagino che tu conosca la questione da tanto tempo, perché è “scoppiata” proprio ora e in modo così prorompente? Cosa ha fatto scattare questa necessità di mettere in guardia i consumatori?

Fateci caso: su cosa puntano maggiormente associazioni, multinazionali ed esperti coinvolti nel commercio degli oli tropicali? Sull’insensatezza e l’inefficacia del boicottaggio. Proprio perché lo temono da morire ed è questa la ragione per cui, solo adesso, stanno nascendo come funghi unioni, associazioni e gruppi a sostegno dell’olio di palma. Perché la sensibilità dell’opinione pubblica sta crescendo grazie all’informazione sul vero impatto della produzione e in molti, ora, scelgono di non acquistare prodotti che contengono oli tropicali. Il boicottaggio non solo funziona, ma è anche l’unica arma di cui disponiamo nei paesi che alimentano questo commercio per fermare la distruzione. La scusa che se, ad esempio, in Europa si smettesse di utilizzare oli tropicali le aziende acquisterebbero altri oli peggiori, oppure i produttori si rivolgerebbero ad altri mercati meno sensibili all’ambiente, non regge affatto. Primo, perché oli peggiori di quelli tropicali, da un punto di vista che combina ragioni sanitarie, sociali e ambientali, non ce ne sono. Vorrebbero farci credere che l’olio per motori diventerebbe l’ingrediente alternativo?

La seconda ragione è che, sebbene i produttori possano rivolgersi ad altri “mercati con consumatori meno sensibili”, questa non è una buona ragione per non smettere di fare qualcosa di dannoso per l’ambiente. Sarebbe come dire: non ha senso che tu faccia la raccolta differenziata tanto ci sono miliardi di persone nel mondo che non la fanno. Sarebbe come suggerire: non serve che in Europa evitiamo di acquistare legno tropicale, che, sia ben chiaro: anche se certificato crea sempre un danno alle foreste; perché tanto le aziende lo venderebbero in altre parti del mondo con “acquirenti meno attenti”.

Allora chiediamo alla Comunità Europea di vietare l’importazione e la vendita negli stati membri di prodotti che contengono oli tropicali, anche sostenibili, tanto non lo sono davvero, come si fa per sanzionare comportamenti ritenuti inaccettabili e se ci preoccupano, davvero, le nuove strategie di mercato delle aziende produttrici verso i paesi meno attenti, imponiamo l’embargo di import-export agli stati che continuano a permetterne la vendita sul proprio territorio. Sembra un’utopia, vero? Ma non è così. L’Europa, ad esempio, sta facendo esattamente questo con l’attuale e controverso embargo nei confronti della Russia. Allora, se l’influenza geopolitica americana funziona, perché non dovrebbero funzionare le pressioni dell’opinione pubblica? Boicottiamo, protestiamo, non facciamoci raggirare da chi fa affari distruggendo l’ambiente, o favoreggiandone lo sfruttamento indiscriminato. Chiediamo ai nostri governi e all’Europa l’embargo dei prodotti contenenti oli tropicali per fermare quest’assurda follia!

Da dove è saltata fuori l’idea dell’Olio di Palma sostenibile che tanto viene decantato dallo spot che sta circolando in tv? Perché ritengono che sia tale e perché invece non lo è? 

Con “olio di palma sostenibile” i promotori di queste campagne ingannatori lasciano intendere che possa esistere un olio tropicale prodotto senza tagliare le foreste, che ha origini conosciute e, quindi, tracciabili. Ma questa è un’illusione. Ciò che, in realtà, accade anche nel caso della produzione cosiddetta “sostenibile” è che le foreste primarie vengono tagliate e bruciate, per essere convertite in piantagioni da olio esattamente come quelle non certificate, solo che questo avviene dopo che è trascorso qualche anno dalla deforestazione illegale. Poiché nella maggior parte dei Paesi in cui si producono gli oli tropicali non esistono leggi che obblighino le autorità a redigere registri e a realizzare mappature aggiornate dei cambiamenti di uso del suolo, che possano essere utilizzati per sanzionare i tagli illegali ed evitare che un territorio inizialmente coperto da foresta possa esser trasformato in un’area agricola, è praticamente impossibile sapere se, dove ora cresce una piantagione di palma “certificata sostenibile”, solo fino a qualche anno fa non ci fosse una rigogliosa foresta.

Poiché la maggior parte dei tagli e incendi passano inosservati, considerata anche l’elevata frequenza e intensità, e considerato che, spesso, gli stessi governi favoreggiano la deforestazione, con questi sistemi di certificazione non si fa altro che dichiarare “sostenibili” piantagioni che solo fino a qualche prima sarebbero state definite illegali e insostenibili, perché ricavate a spese della foresta tropicale.

L’astuto escamotage della certificazione è che si fa passare per “olio di palma sostenibile” un prodotto che non risulta proveniente dalla conversione in piantagioni di aree sottoposte a incendi volontari o tagli solo perché gli incendi e il taglio sono avvenuti qualche anno prima della richiesta di certificazione da parte delle aziende. Scommetto che tra poco s’inventeranno anche l’olio di palma biologico!

A lungo andare a questo ritmo di consumo dove si andrà a finire?

Un grosso problema sta proprio in questo: il ritmo di consumo. Con la crescita della popolazione mondiale, lo sviluppo di molte economie emergenti, come Cina e India, e il conseguente aumento della domanda si ha, ovviamente, la necessità di incrementare anche l’offerta del prodotto, ovvero aumentare la produzione di oli tropicali. Un’offerta che nemmeno la produzione di olio di palma cosiddetto “sostenibile” potrebbe assicurare, perché non è possibile aumentare ulteriormente la resa delle piantagioni ad oggi esistenti ed è necessario deforestare altre aree per ricavare suoli agricoli.

In pochi decenni abbiamo già deforestato oltre il 40% delle foreste del Sud-est asiatico e secondo un rapporto dello United Nations Environment Programme (UNEP, 2007) entro il 2022 si rischia la totale scomparsa di queste foreste. Così, semplicemente, nei prossimi anni accadrà quanto avviene già oggi, ovvero che quelle che attualmente sono zone ricoperte da foreste tropicali e torbiere verranno bruciate e deforestate per lasciar spazio alle piantagioni, che in breve tempo potrebbero essere persino certificate come “sostenibili”, tranquillizzando così l’opinione di un crescente numero di consumatori del futuro non molto lontano. Produrre olio di palma per 6 miliardi di abitanti in maniera sostenibile è pura utopia, immaginare di produrlo per 9 miliardi è una follia.

A livello pratico, quale ingrediente potrebbe sostituire l’Olio di Palma?

Può sembrare strano, ma l’ingrediente che, in ogni situazione, permette di salvare la Natura dalla nostra distruzione è… la sobrietà. I fautori dell’olio di palma pseudo-sostenibile fanno leva sul fatto che la resa degli oli tropicali sia di gran lunga maggiore di quella degli oli prodotti in aree temperate, come oliva, colza e girasole, ma omettono colpevolmente due aspetti importanti. Innanzitutto, nel fare queste stime di efficienza e produttività, non tengono conto di tutte le esternalità negative che spesso gli economisti vogliono trascurare, come i costi di deforestazione e preparazione della coltura, la durata limitata della piantagione, che non supera i 20 anni, il maggior consumo di fertilizzanti e pesticidi chimici, la distanza di trasporto verso il “consumatore finale” e le emissioni di gas serra derivanti, l’enorme riduzione della diversità biologica tropicale e dei relativi servizi ecosistemici, la perdita del potere d’acquisto degli oli prodotti localmente, come quelli di oliva e girasole in Italia, e le multe che deriverebbero se fossero sanzionate le violazioni dei diritti umani come lo sfruttamento del lavoro e della manodopera minorile e il danneggiamento delle popolazioni indigene, che caratterizzano la produzione di oli tropicali. Ma volendo ragionare come gli economisti classici al soldo dei produttori, pur trascurando queste rilevanti esternalità ed essendo “costretti a suggerire” che non si potrebbe assecondare l’intero fabbisogno di merendine e cosmetici mondiali con altri oli come ingredienti, a causa della limitata disponibilità o della maggior estensione di suoli necessari, ci sarebbe comunque una soluzione: consumare meno!

Abbiamo dimenticato che solo fino a qualche decennio fa in Europa i prodotti confezionati erano un lusso, nemmeno tanto ricercato visto che spesso si cucinavano in casa dolci e merende ben più sane, con l’impiego esclusivo di burro o olio d’oliva. In altre regioni del pianeta l’olio di colza e girasole erano ampiamente impiegati prima dell’avvento di quello di palma.

Se, ad esempio, riducessimo il consumo esagerato di prodotti confezionati e li mangiassimo di tanto in tanto, come si faceva un tempo, quando non c’era abuso, ma il semplice e piuttosto raro piacere di mangiare un dolce, ma consumassimo biscotti, ciambelle, etc. prodotti in casa con oli acquistati da aziende locali o se, nel caso di mancanza di tempo o abilità culinarie, decidessimo di acquistare meno, ma meglio, ovvero solo prodotti di aziende che usano ingredienti sani, magari biologici e oli non tropicali, dai supermercati, ad ogni modo staremmo contribuendo a migliorare la nostra salute e a salvaguardare le foreste dalla distruzione causata dagli oli tropicali, anche da quelli millantati come “sostenibili”.

Quali sono le azioni più urgenti che si devono fare per cambiare la rotta?

Ridurre i consumi, di qualunque tipo. Chiediamoci: perché ogni volta che si profila una crisi economica i politici ci invitano ad acquistare di più? Perché a governare ci sono, ormai, le multinazionali e non più le persone elette. Così, i ripetuti inviti alla crescita infinita portano la nostra Terra ad esaurire le risorse e la biodiversità a soccombere. Rischiamo davvero di ritrovarci a vivere in un pianeta che ospita una manciata di specie commerciali a parte la nostra. Questo significherà vivere in un pianeta morto, in cui neanche l’essere umano potrà sopravvivere.

Sobrietà, quindi, prima di tutto. Poi, “boicottaggio sociale”.

Mi piace l’idea di poter coniare questo termine e formulare un nuovo concetto in questa intervista per voi, perché il boicottaggio classico è efficace, ma non basta. Non è sufficiente evitare di acquistare qualcosa che non ci sta bene. Dobbiamo far conoscere a quante più persone possibile i motivi della nostra scelta. Nell’era dei social network c’è bisogno di “boicottare socialmente”. Fare la nostra parte e farlo sapere al mondo. Non per autogratificazione, ma per essere più efficaci nelle azioni. Così qualcun altro inizierà a fare la sua di parte e potrà convincere altri ancora.

Come ho già detto, il boicottaggio fa paura alle multinazionali, ecco perché dicono sempre, per bocca degli esperti assoldati, che non serve. E se il semplice boicottaggio intimorisce e convince colossi come Plasmon, Colussi e Mulino Bianco a cambiar strada e produrre diversamente, non immaginiamo quale sia il potere del “boicottaggio sociale”. Magari anche la Ferrero e altre grandi aziende la smetteranno di illudersi, e illuderci, che possa esistere un olio di palma sostenibile!

Sì, mi piace questa definizione: boicottaggio sociale. Ma attenti al reperire le informazioni giuste e a non finire nella rete dei complottisti o delle bufale. Questo non è sempre facile, serve molto spirito critico.

Il boicottaggio sociale prevede, ad esempio, l’informare gli altri su quali prodotti evitare. È per questa ragione che qualche anno fa ho creato gli Osservatori sui crimini ecologici, che per ora includono quelli sugli Oli tropicali e sul legname da deforestazione. L’obiettivo è far conoscere alla gente quali aziende fanno affari ai danni dell’ambiente. Chiunque può segnalare i prodotti e le ditte che impiegano materie prime dannose da un punto di vista ecologico e sociale. Certo, ancora non basta. Allora con il “boicottaggio sociale” dovremmo cercare di arrivare ai capi di governo e, come dicevo precedentemente, richiedere la messa al bando da parte della CE. Possiamo farcela. A breve lancerò una petizione per chiederlo. Oltre al boicottaggio sociale dei cittadini, al lavoro di ricerca e divulgazione di noi scienziati, credo che l’impegno di politici preparati e motivati, come il Deputato Mirko Busto con il quale collaboriamo in questa e in altre “battaglie”, sia di fondamentale importanza.

Perché secondo te la gente comune pensa che questi siano tutti inutili allarmismi?

Come ho scritto nel mio romanzo-saggio “Il paradosso della civiltà” (Adda Editore, 2013) parlando della carità degli ipocriti: «[Molta] gente non sa, o forse non vuole sapere, che di quei soldi donati [in beneficienza alle grandi ONG], la maggior parte finisce per pagare gli stipendi dei dipendenti delle associazioni o delle agenzie umanitarie e che la milionesima parte serve ad alimentare circoli viziosi di dipendenza e assistenzialismo, danneggiando ancor più la gente che si vuol aiutare. Non sa, l’europeo o l’americano, nella sua torre d’avorio, che se giorno per giorno si impegnasse a ridurre i suoi assurdi consumi e fosse più attento alla qualità e alla provenienza dei beni che acquista, migliorerebbe realmente la vita di chi “sta messo peggio di lui” e non ci sarebbe più alcun bisogno delle associazioni umanitarie. Non si batte perché il suo governo la smetta di esportare armi e importare petrolio, oro e diamanti dalle terre del Sud, creando quella miseria, che poi una schiera di sciacalli “umanitari” va ad alleviare. Non si impegna ad abbandonare il “Made in… qualunque Paese già sfruttato”, evitando di acquistare prodotti solo perché sono a basso costo e convengono.

Poi tanto a Natale si è tutti più buoni e a quel papà dall’altra parte del mondo a cui hanno tagliato una mano perché non era abbastanza veloce a raccogliere le banane o a quel bambino intossicato dai fumi dei pesticidi della piantagione di caffè, dono dieci euro così almeno gli costruiscono l’ospedale per curarlo. Che ipocrisia… All’orango rimasto senza foresta, perché al suo posto hanno piantato ettari di palme per produrre l’olio che finisce nelle merendine di tutti i supermercati o al gorilla sterminato dal bracconaggio, portato dalle compagnie del legname che mi hanno venduto uno splendido parquet e una bara in legno rosso per il futuro trapasso, dono altri dieci euro, magari a Pasqua tanto per essere ancora buoni come a Natale, così che possano portare quei poveri animali in una bella riserva a mille chilometri dal proprio habitat e vivere felici in cento metri quadri con recinzioni elettrizzate, ma per il loro bene. O farci dei bei tour per ricchi turisti che vogliono guardare gli animali selvatici».

Insieme al deputato Mirko Busto hai creato il sito Olio di Palma Insostenibile e stai facendo molto “attivismo” anche in questo senso, sono tante le persone che ti sostengono? E, d’altro canto, c’è chi ti boicotta?

Il sostegno è enorme e sincero. In tantissimi mi scrivono, chiedendomi consigli o segnalandomi abusi ai danni dell’ambiente, e cerco sempre di rispondere a tutti nei limiti del possibile e delle mie competenze. Spesso mi arrivano vere e proprie richieste di articoli nella speranza di fermare qualche azione distruttiva nei confronti della Natura o qualche campagna pubblicitaria ingannevole. Non si può far tutto, ma qualcosa sì… ci provo.

Certo, gli attacchi personali non mancano. Ma qui parliamo di idee e le invettive contro le persone contano davvero poco. Amo la frase di Eleanor Roosevelt: “Grandi menti parlano di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone”. È a questa concetto di “sogno americano” che dovremmo rifarci, non a quello imposto dai vari McDonald, Monsanto e Coca Cola. Guardiamo oltreoceano e dimentichiamo di quanto sane fossero le abitudini mediterranee, come quelle alimentari in cui prodotti tropicali non erano inclusi e il cibo prevalentemente di origine vegetale, o come quelle cosmetiche, in cui solo prodotti reperibili localmente venivano impiegati per la cura della persona.

E poi mi fa strano pensare che si possa boicottare chi invita al boicottaggio. Sono due negazioni e, pertanto, si annullano a vicenda, così ciò che resta è la difesa del nostro pianeta e delle creature che lo popolano. “È l’unica Terra vivibile e vivente che abbiamo; piante, animali, microorganismi sono gli unici compagni con cui condividere questo viaggio” (cit. da Animali non umani. Una nuova coscienza,  Key Editore. 2016 e noi, per ingrassarci di merendine intrise di grassi tropicali, per farci belli con cosmetici chimici, per curare le malattie provocate dal cibo, dall’aria e dall’acqua inquinata e per morire in bare di pregiato legno, devastiamo tutto ciò che resterà dopo di noi, invece di consegnarlo ai posteri non al pari, ma addirittura meglio, di come l’abbiamo trovato. Che assurdità.

Bene Roberto, RadioVeg.it ha già lanciato l’invito a firmare la petizione per fermare lo spot a favore dell’olio di palma che si trova sul sito di Mirko Busto che, peraltro, è già amico di RadioVeg.it , cosa possiamo fare ancora noi “comuni mortali” per darvi una mano in questa battaglia?

Ciò che serve davvero è mantenere alta l’attenzione, continuare a parlarne, fornire la giusta informazione e smascherare gli imbroglioni. Spesso siamo svogliati o abbiamo paura che esponendoci troppo rischiamo in prima persona, ma basta poco per fare la propria parte. Poniamoci alcune domande. Quando, ad esempio, la prossima volta entrate in un supermercato o in un negozio di cosmetici chiedetevi: mi serve davvero acquistare questo prodotto? Posso farne a meno? Se no, a cosa mi serve? Posso produrlo da me? Se no, leggete le etichette. Chiedetevi ancora: c’è qualcosa che non mi piace o non mi convince tra gli ingredienti? Se sì, cercate l’alternativa. Se non c’è l’alternativa, probabilmente non si tratta di un bene primario e potete farne a meno. Se c’è, finanziate con in vostri acquisti l’azienda attenta alle richieste degli acquirenti, all’ambiente e ai diritti umani. Ed infine… ditelo a qualcuno. Fate sapere perché davanti a un pacco di biscotti avete perso 5 minuti nel porvi domande e leggere gli ingredienti, ma la vostra salute, i lavoratori, i produttori attenti e l’ambiente ci hanno certamente guadagnato qualcosa.

Grazie davvero Roberto per la tua disponibilità nonostante tu sia molto impegnato su più fronti. Ti seguiremo da vicino e scriveremo spesso di te e delle tue attività. A proposito, hai anche un profilo o una pagina FB dove seguirti?

Non ho una pagina FB personale perché non ho molto tempo per seguirla e anche perché già curo il sito robertocazzollagatti.com sul quale diffondo scritti, idee e progetti, ma ho, invece, una Pagina Facebook dedicata al mio libro “Il paradosso della civiltà”, nel quale, tra l’altro, vengono affrontati proprio i temi del rapporto tra il nostro mondo civilizzato, la Natura e i popoli indigeni, all’interno della quale condivido spesso gli articoli che scrivo, le ricerche scientifiche che conduco e le campagne di attivismo che sostengo di volta in volta. Coloro che vogliono scrivermi per porre delle domande o semplicemente discutere di qualche argomento possono anche inviarmi una email a info@robertocazzollagatti.com  

Vi ringrazio per questa intervista e mi congratulo per l’importantissimo lavoro di divulgazione e sensibilizzazione che fate. A presto!

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